PEEXGXEN_avatar_medium_squareÈ raro trovare, in un artista, un equilibrio solido tra forma e contenuto, tra rigore formale e emotività, senza che un aspetto prevalga sull’altro. Le opere di Donatella Marraoni, esteticamente curatissime, ci conducono senza filtri nei luoghi della sua memoria, una memoria fatta di lampi accecanti che affiorano dalle profondità della sua anima fino a imprimersi sulla tela, ognuna lettera di un alfabeto interiore che concorre a formare parole di un racconto ricco e appassionato.

L’artista utilizza il talento con i pennelli per salvare i suoi ricordi, che ruotano quasi sempre attorno alla figura paterna, pietra angolare del suo percorso professionale e umano. Fu il padre il suo primo sostenitore, fu sempre lui a iscriverla di soppiatto all’Accademia di Belle Arti di Perugia, quanto lei si era ormai orientata verso lidi professionali più sicuri. È ancora nel ricordo del padre, la cui vita era scandita dal lavoro in cantiere e dai momenti di relax passati in casa, che Donatella ha trovato gli strumenti per definire la sua visione artistica. Ed ecco allora la serie dei Muri ciechi, realizzata con un largo uso di cemento e altri materiali edili, manipolati con veemenza e stesi in strati spessi e rugosi, e le opere dipinte con il caffè, bevanda amata dal padre, che simbolicamente rappresentano un delicato momento di intimità e dialogo tra lui e la figlia. Nei suoi splendidi volti, parimenti, è forte la componente autobiografica, con queste donne bellissime che emergono da fondali oscuri e irregolari, con negli occhi la vivida luce di chi, come lei, ha saputo usare le esperienze della vita, anche quelle dolorose come la stessa perdita dell’amato padre, per crescere e diventare più forte.

Negli ultimi tempi Donatella, col suo consueto gusto quasi artigianale di sperimentare procedimenti e materiali senza apparenti quarti di nobiltà, è approdata al vetro, che diventa quasi una summa del suo procedere artistico. Così come scava nella sua memoria per riportare in vita tracce del suo passato, allo stesso modo il vetro, colpito dal martello, finisce per restituirci, grazie al colore fatto penetrare nelle crepe, delle immagine frastagliate e affascinanti, chiare e sfuggenti al contempo. Donatella anche qui riesce a mettere ordine nel caos, ricostruendo con pazienza ciò che è stato necessario distruggere, per permettergli di rinascere con una nuova forza e un nuovo scopo.

Se quindi nel suo lavoro non è possibile parlare di derivazioni tematiche, trattandosi dello sfogo necessario del suo Io più intimo, da un punto di vista stilistico è possibile osare qualche paragone. La sua formazione accademica, la conoscenza approfondita della storia e degli stili, l’hanno portata a tesaurizzare tutto quello che ritenesse funzionale alla sua poetica, dalla ritrattistica raffinata e malinconica dei pittori simbolisti di fine ‘800, fino ai lavori catramosi, materici e sperimentali dell’ Informale. Influenze lontanissime tra loro, che però trovano in Donatella un punto d’incontro coerente, in una pittura frammentata e contemporanea che reca con sé echi antichi, e una figurazione classicista maltrattata dalla contaminazione frenetica di tecniche e suggestioni.

Donatella Marraoni, in definitiva, ha costruito e sta costruendo passo dopo passo una visione artistica colta, lucida e al contempo emotiva, estremamente femminile, di una femminilità intesa come gesto volontario e non come gabbia identitaria. La sua è un’arte che dal particolare della sua esperienza riesce a raccontare una storia universale, che parla senza distinzioni a ciascuno di noi, suggerendoci di indagare nella nostra stessa memoria con passione e costanza, per scovare i bagliori di luce che tutti custodiamo dentro, nella convinzione che riportarli in superficie faccia bene a noi e al mondo.

David Menghini

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