Piero_Dorazio_Formalismo_AstrattismoDomani pomeriggio, per chi vorrà, a Campello sul Clitunno (trovate tutto le info nel link) si terrà l’inaugurazione della Mostra “Piero Dorazio-Formalismo Astrattismo”, dove saranno esposte circa 25 opere che ripercorrono tutta la carriera di uno dei più grandi artisti del secondo Novecento.
Noi di Imago Galleria d’Arte abbiamo collaborato alla realizzazione dell’evento, alla stesura dei testi e dato in prestito alcune nostre opere del Maestro romano.
Vi aspettiamo, grazie!

Questo è il mio pezzo tratto dal catalogo:
“PIERO DORAZIO. L’ARTE, L’UMBRIA” di David Menghini
“I mezzi sono i colori, il disegno, le masse plastiche, il fine è l’armonia di forme pure; il fine dell’opera d’arte è l’utilità, la bellezza armoniosa, la non pesantezza; nel nostro lavoro adoperiamo le forme della realtà oggettiva come mezzi per giungere a forme astratte oggettive, ci interessa la forma del limone e non il limone”.
Così scrivevano nel 1947 i firmatari del Manifesto del movimento Forma 1 proponendosi come alfieri di un profondo rinnovamento dell’arte italiana dopo gli anni bui del fascismo e della Seconda Guerra Mondiale.
Tra di essi c’era un giovane e determinato Piero Dorazio, appena ventenne, che precocissimo saliva alla ribalta della scena artistica internazionale e fissava già le pietre angolari del suo percorso futuro. La sua ricerca rimase infatti sempre fedele alle convinzioni maturate in quegli anni di straordinaria fertilità culturale, sostanziandosi in una continua riflessione sulle proprietà intrinseche degli elementi pittorici in quanto tali, che lo portarono a studiare per tutta la vita le infinite possibilità espressive di combinazioni e accordi tra forme elementari. Dorazio, che a una febbrile attività artistica affiancherà sempre quella di lucido teorico e brillante polemista, rinunciò convintamente alla pittura figurativa per indagare una realtà sensoriale più profonda e complessa; a ben vedere i suoi colori, le linee, le superfici e gli spazi altro non sono che quegli elementi che più direttamente influenzano la nostra vita poiché costituiscono gli aspetti essenziali e depurati della realtà. Eliminando ogni elemento narrativo o di corredo, riuscì a raggiungere e toccare con mano un’ Estetica pura, una Bellezza assoluta che vive al di fuori dello spazio e del tempo e risponde ad un ordine superiore di armonia e compostezza.
Danzerà sempre con grande eleganza tra sensi ed intelletto, leggerezza e severità, servendosi della bellezza immediata delle sue opere per veicolare messaggi più profondi. Padroneggiava in modo naturale i segreti delle leggi interne di un’opera d’arte, qualunque ne fosse il supporto; con la consueta sicurezza nei propri mezzi affrontò numerosissime tecniche, dalla pittura all’incisione, dalla ceramica al collage, con esiti costanti di altissimo lirismo. Fu uno dei più grandi coloristi di tutto il ‘900; lui stesso si dichiarava “amico di colori amici”, le sue strutture geometriche, le relazioni ritmiche, i suoi accordi timbrici restano insuperati.
Questo continuo bisogno di mettere ordine tra le forme e i colori necessitava di silenzio, calma e contemplazione e fu forse questo il motivo per cui Dorazio nei primi anni ’70 impresse una svolta radicale alla propria vita. Si distaccò completamente dagli ambienti pulsanti e frenetici che aveva sempre frequentato e dopo una vita passata tra Roma, Parigi e New York, acquistò nei pressi di Todi un antico convento camaldolese, dove vivrà gli ultimi trent’anni della sua esistenza. Fu una scelta coraggiosa, che portava con sé numerosi rischi, come quello di essere estromesso dai salotti intellettuali e conseguentemente dal mercato. Nonostante i pareri contrari di molti dei suoi amici più cari, non volle sentir ragioni. Si trattava in realtà di un’evoluzione naturale ed inevitabile. Il rigore, la precisione chirurgica e la forza riflessiva delle sue opere mal si addicevano al caos metropolitano trovando invece il terreno ideale nella nuova vita di campagna, scandita da gesti meditati e sapienti.
Vedeva l’ Umbria come una sorta di estensione di un suo quadro, uno spazio di autentica e piena libertà, dove senza i preconcetti e le sovrastrutture tipiche della società urbana, poteva dismettere i panni del Dorazio-artista e indossare finalmente quelli del Piero-uomo. Continuerà ad essere un ospite raffinato e un intellettuale sagace, ma contemporaneamente produrrà dell’ottimo vino e si diletterà con tutti gli altri lavori della terra esplorando una dimensione esistenziale che si rivelerà proficua per la sua arte. Le morbide colline del paesaggio umbro sono forse rintracciabili nelle linee curve che dopo anni di forme spigolose e angoli retti iniziano con costanza a invadere dolcemente le sue tele. La sua tavolozza, già unica, si arricchì ulteriormente, come se l’aria tersa e limpida gli avesse fatto mettere a fuoco nuove e più brillanti sfumature. Lui stesso ebbe a dire: “La campagna e la cultura rurale più autentica dell’Umbria ne fanno il sito ideale per chi esercita professioni creative. C’è un equilibrio perfetto tra vivere, fare e meditazione, un bene inalienabile che la nostra civiltà sembra aver dimenticato.”
Piero Dorazio morì nel 2005, all’età di 77 anni, lasciando un’eredità intellettuale e artistica vastissima, sicuramente non ancora compresa e svelata in tutta la sua portata.
È difficile consigliare un “modo giusto” per avvicinarsi alla sua opera. È un artista che parla alla nostra sensibilità, alla nostra anima, alla nostra disposizione ad abbandonarci alle sue tessiture e a vibrare con le sue cromie. Come disse in un’occasione “i colori parlano da soli, fra di loro, due o tre alla volta o tutti insieme. Guardandoli uno per uno e imparando a identificarli, avremo dei nuovi compagni della nostra vita, i quali in qualsiasi momento di tristezza saranno sempre pronti, se li fisseremo, a consolarci, a renderci tranquilli, a darci allegria e speranza”.
L’approccio che voglio quindi suggerire è libero e sensoriale; non racchiudendo l’opera in una dimensione cattedratica e fissa, se ne potranno godere meglio i mille bagliori, la grande vitalità e l’innata poesia. Credo che Dorazio gradirebbe così