Stefano Bicini, senza titolo, cera, matita litografica e pigmenti su tela, cm91,5X91,5, anno 1995.Siamo felici e onorati di presentare in anteprima alcune meravigliose opere di Stefano Bicini (1957-2003), un grandissimo artista perugino di nascita ma newyorkese di adozione, . Vi aspettiamo in Galleria per perdervi nella poesia dei suoi lavori, buona serata!

Stefano Bicini (Perugia 1957- Vienna 2003) è stato un artista italiano. Dopo aver frequentato l’accademia di Belle Arti della sua città, distinguendosi come uno degli allievi più dotati, nel 1980 si trasferisce a New York. Il suo lavoro viene apprezzato da Henry Geldzhaler, assessore alla cultura del sindaco Koch, scopritore di JeanMichel Basquiat e amico di David Hockney, che in più occasioni lo invita ad esporre. Sue mostre vengono allestite in spazi d’arte di grande qualità, riscuotendo ampio consenso di critica e pubblico. È stato borsista di due importanti istituzioni, la Edward Albee Foundation (1990) e la Pollock Krasner Foundation (1992). Durante la sua lunga permanenza negli Stati Uniti, Bicini incontra e instaura rapporti di amicizia con musicisti, attori, artisti come Joseph Kosuth, Louise Nevelson, Jasper Johns che mostrano grande interesse per il suo lavoro.Dopo un periodo di quasi 20 anni rientra in Europa a causa di una malattia, dividendosi tra il capoluogo umbro e le città di Bologna, Pescara, Amsterdam e, in ultimo, Vienna. Suo è il manifesto di Umbria Jazz Winter del 1997. Ha esposto con successo in 14572774_571325283057900_2928488258250746437_nnumerose città tra cui New York, St. Louis, Madrid, Vienna, Bogotà, Friburgo, Perugia, Spoleto.

Dopo i lavori austeri e geometrici degli anni ’80, sovente tendenti al monocromo, Bicini scoprirà il colore, e sarà questa conquista la pietra angolare del suo percorso. Inizia a trovare una sua cifra stilistica personale, orientandosi verso una pittura gestuale ma non violenta, che dà vita a forme incisive e estremamente raffinate al
contempo, spontanee e controllate insieme. Calligrammi che possono essere galassie, forme sinuose e circolari che appartengono a un remoto quanto universale alfabeto interiore, perfettamente comprensibile a chiunque vi si avvicini senza barriere e sovrastrutture mentali. Lo stesso largo uso di velature, di oro in foglia, di cera, conferiscono alle opere una sontuosità rarefatta e delicatissima, più vicina all’arte di Giotto che a quella degli action.painters, dai quali comunque Stefano si lascia ispirare.
E’ forse qui il segreto di un equilibrio pressoché miracoloso, Stefano è stato il fragilissimo punto di incontro tra la grande tradizione pittorica italiana, interiorizzata nella sua giovinezza, e quella iconoclasta della contemporaneità statunitense.
Una volta rientrato in Italia, le precarie condizioni di salute e la mobilità ridotta lo 14604848_571325299724565_1778632747196518626_ncostringono a lavorare in piccola scala. Le grandi tele solcate da lunghe pennellate cedono il passo a formati più piccoli. Appare il collage. L’astrazione si placa in figurazioni stilizzate, che mantengono intatta tutta la poesia delle opere del periodo americano.
David Menghini