Tano-Festa-Manet-Omaggio-al-colore-1974-olio-su-tela-cm80X100Siamo felici di presentare 4 capolavori di Tano Festa (1938-1988) giunti in Galleria.
Fu un Artista geniale e fecondo, che sapeva coniugare il rigore formale con una straordinaria capacità di tessere armonie cromatiche, che lo hanno reso uno dei più grandi coloristi del secondo ‘900. Assieme ai suoi due colleghi e amici Mario Schifano e Franco Angeli, riportò per una breve stagione l’arte italiana al centro del dibattito e del mercato internazionale con quel movimento diventato poi famoso col nome di “Scuola di Piazza del Popolo”, dal luogo dove “I magnifici tre” erano soliti incontrarsi per discutere.

Artista dalla vita tormentata e difficile, negli ultimi anni fu aiutato dal gallerista romano Francesco Soligo nella difficile opera di catalogazione generale delle sue opere. Per volontà dello stesso Tano, lo studio Soligo, dopo la morte dell’artista, fu l’ ente autorizzato a rilasciare le autentiche delle sue opere e a proseguire il lavoro di catalogazione. Le opere in nostro possesso sono accompagnate dalle certificazioni rilasciate dallo Studio, e pertanto, oltre all’aspetto più strettamente artistico, rappresentano un sicuro investimento nei confronti di un artista che ha ancora quotazioni non in linea con la sua enorme importanza storica. 

Tano-Festa-Natura-Morta-1986-acrilico-su-tela-com100X80

L’intervista qui riportata è illuminante per capire l’uomo e l’artista. (Fonte Artantide.com)

Autoritratto postumo di Tano Festa

Nella galleria romana di Francesco Soligo, il pittore Tano Festa si lascia intervistare da Dimitri Buffa. il maggio 1987: uno è un grande protagonista dimenticato della pittura italiana; l’altro, un ammiratore con il registratore in mano.
Dopo la morte del pittore il 10 gennaio scorso, Buffa chiede spazio, nella speranza che questa intervista possa rimanere come il “ritratto di un pittore con una grande anima”.

 

Tano-Festa-Piazza-del-Popolo-1985-acrilico-su-tela-cm100X100Tano Festa, come è iniziata la tua avventura nella vita e nell’arte?
Sono un pittore. Nato a Roma e perciò cattolico, apostolico e romano. Anche se sono in troppi a dirlo. La mia carriera inizia ufficiosamente da bambino. Mi ci ha spinto mio padre che dipingeva per hobby; ufficialmente ho iniziato ad esporre in una collettiva con Angeli, Festa, Schifano e Uncini. Io appartengo a quella che fu, a torto, definita “pop art” italiana. Ora, quello che noi facevamo era popolare, non pop. Gli americani erano “pop artist” perché raffiguravano oggetti di consumo veri e propri come simboli artistici da cui trarre l’ispirazione. Noi italiani siamo stati “popular” perché siamo riusciti, viceversa, a consumare l’arte stessa con le citazioni e le estrapolazioni, come quelle fatte da me sui frammenti michelangioleschi del Giudizio Universale.
Jasper Johns, Oldenburg e Wahrol potevano invece bene esprimere l’arte con la bandiera americana, con i barattoli di zuppa e con i pennelli in bronzo. Quegli oggetti più che altri rappresentavano la cultura americana ed era logico e giusto, per loro, enfatizzarli. Ma io dovevo fare i conti con Leonardo e Michelangelo, non mi potevo mica inventare niente.

Tano-Festa-L'albero-della-vita-omaggio-a-Albrecht-Dürer-1978-smalti-su-tela-emulsionata-1978

Che importanza ha avuto, per te, la figura di Andy Wahrol?
Per me il suo periodo più valido rimane quello in cui rappresentava i travestiti negri, gli omosessuali da strada in cui coglie proprio il senso dell’America di quegli anni, tra mito e disperazione. Sono poi gli stessi personaggi che non a caso Lou Reed evocherà in quella canzone, Take a Walk in the Wild Side, che tu sai quanto mi piace, come del resto tutta la musica dei Velvet Underground.

Ma quali sono state le tue scelte più importanti?
È giusto chiedermelo, visto che poi, in definitiva, si parla di me. Dunque, come ti dicevo, gli italiani rovesciano il metodo americano. E così Festa parte dal particolare del quadro di Michelangelo e Schifano da quello di Leonardo. Nel 1962 con gli Albinoni,sculture in legno colorate in nero e oro, che ha Franchetti (il collezionista che più di ogni altro ha creduto nel pittore scomparso, standogli vicino fino all’ultimo), io mi immedesimo in un chierichetto in chiesa. Nasce così, in me, l’idea di benessere legata al cattolicesimo e, per questo, decido di consumare l’arte di Michelangelo. Ma in quella generazione credo di essere stato il solo a capirlo fino in fondo. Adesso tutti parlano di me solo in relazione a quelle persiane che mi perseguitano di Biennale in Biennale. Però io ho fatto dell’altro e continuo a fare altro, come puoi vedere dai quadri qui intorno. In me, forse, hanno influito Matta, Tobey, De Kooning e anche Pollock. Ma è nel 1962 che inizio a fare arte popolare.
Fondamentale fu l’invito di Sidney Janis a New York per quella mostra che si chiamava “The New Realism”. Come me c’erano Schifano, Baj, Rotella e altri, che adesso non ricordo; quello che ricordo è che nessuno di noi voleva credere a quell’invito. Pensavamo fosse uno scherzo. Nel 1964 arriva la prima Biennale di Venezia dove viene esposta (per la prima volta) una delle mie persiane che poi, come ti dicevo, ha continuato a perseguitarmi anche in seguito. Era l’anno della morte di Morandi.

E gli anni Sessanta? Cosa simboleggia l’onnipresente Angelo di Norimberga?
Doveva sfatare questo mito italiano, già mutato dall’Umanesimo, del tedesco d’acciaio, nazista forse inconsapevole, gotico. L’angelo si rifà alla cattedrale, ma anche al processo di Norimberga. Come quando ho ridipinto la Creazione pensavo ad Eva, ad Adamo ma anche a quel poveraccio del serpente.

Qual è la spinta interiore dell’artista Tano Festa? La visione?
Ora dipingo in maniera più figurativa. Questi quadri che vedi nascono da un’intuizione, un’immagine della storia o magari da un film che guardo in televisione e poi sogno. In questo preciso momento tutte le mie opere nascono così. Sono i fantasmi della mia cultura e, soprattutto, le immagini che mi bombardano il cervello tutti i giorni, dal teleschermo. Figurativamente mi colpisce molto Ligabue, ma anche la pittura dei guatemaltechi.

Qualcuno ti ha definito come l’ultimo dei pittori maledetti. Ti ci vedi?
No, io sono un errante. Prima viaggiavo moltissimo ma ora, con questa salute che mi ritrovo (il pittore soffriva di cirrosi cronica, di continue emorragie e di gotta). Abito al Portuense, solo, con mia madre e mia sorella. Lo studio non ce l’ho, dipingo in galleria da Francesco Soligo e quei pochi sprazzi di lucidità che non uso per dipingere, li destino all’organizzazione economica. Ma questa storia dell’artista maledetto è un’invenzione, o forse una convinzione, del buon Franchetti. “Festa si autodistrugge, Festa di qui, Festa di là”, mi ha voluto cucire addosso ‘sto personaggio, tanto che mi devo ricordare, se lo incontro, di dirgli di pensare ai fatti suoi. Pensa ai fiori di Gauguin: io non ne ho mai fatto la copia.

Non ti meravigli del successo all’estero dei tuoi colleghi più giovani, penso alla Transavanguardia, tu che, per una ragione o per l’altra, in America non hai mai sfondato?
No, non mi meraviglio affatto, perché io Cucchi, Chia e gli altri li stimo e li ammiro e li conosco bene fin da quando dipingevano per centomila lire a quadro. Alla fine sono stati solo un po’ più fortunati di me. Pensa che io nel 1967, mentre stavo negli Stati Uniti, ho dovuto smontare tutta una mostra e riportarmi le tele in Italia perché il mio gallerista morì all’improvviso. Mi dovetti riprendere le opere perché, mi fecero capire, era meglio che me ne andassi. A Roma quei quadri li ho poi esposti alla mostra intitolata “Michelangelo according to Tano Festa”.

Come influiscono le tensioni della società nella tua pittura? Come dovrebbe essere per te l’atélier di un artista?
Le immagini sono troppo spinte in avanti rispetto alla realtà. La pubblicità, i computers: si sta superando il livello di guardia.
Fondamentalmente dipende anche da chi sta dietro alla macchina. In fondo anche Molinari aveva la mania della cibernetica. Io però, non sono giapponese. Poi mi parli dello studio: ti ho detto che non ce l’ho più. Ma se l’avessi, dovrebbe essere come un grande giocattolo psichedelico con la musica dei Genesis e dei Pink Floyd.

Cosa ha fatto lo Stato italiano per pittori come te?
Fin troppo aperto nello spalancare le porte delle galere. Anche io ho avuto le mie colpe, sono un provocatore, ma non pensavo di meritarmi le manganellate che mi diedero qualche anno fa a Piazza Navona, perché non avevo i soldi per pagare il ristorante Tre Scalini. I miei debiti li ho pagati. Una volta, fu solo grazie a Guttuso se riuscii ad uscire dal carcere di Palermo; un’altra volta ero finito dentro a Catania, perché ero scappato con una macchina rubata, per scherzo, nel cortile della Rai a via del Babuino. Dentro c’erano i documenti di un giornalista francese: mi prese il raptus di identificarmi in lui. Quando mi arrestarono, recitai la parte del giornalista francese e scrissi anche a mia madre dicendole di rivolgersi all’ambasciata di Francia perché ero prigioniero a Catania. Solo quando chiesi i colori per dipingere qualcuno si insospettì e chiamò la questura di Roma che mandò un ispettore in Sicilia per identificarmi. Anche quella volta lì, se sono uscito, lo devo a Guttuso. Fosse dipeso da me, mi sa che buttavano via la chiave.

C’è qualcosa d’altro che vorresti dire?
E che ti devo dire? Chiamami un tassi che devo andà a Campo de’ Fiori. Spero che questa sia l’ultima intervista.

Intervista di Dimitri Buffa.