tito pio augusto locandinaLa recensione del lavoro di Tito Pio Augusto, in mostra qui nella nostra Galleria da venerdì 31, vi aspettiamo!

C’è sicuramente un’anima classica e severa dietro il gesto, in apparenza così veloce e contemporaneo, con cui Tito Pio Augusto squarcia il supporto delle sue opere. Quello che può sembrare il risultato di un procedimento artistico violento e impetuoso, la lama che fende il supporto dell’opera, è in realtà il punto d’arrivo del percorso di un artista attentissimo all’equilibrio compositivo, ai valori formali e alla visione d’insieme. La riflessione, il lavoro di cesello, le simmetrie e gli arabeschi, come anche l’abitudine di preparare numerosi bozzetti preparatori, lo rendono più prossimo a un Mastro medievale di quanto si sarebbe disposti a credere osservando troppo frettolosamente i suoi lavori astratti.
“Bassorilievi 2.0”, è la definizione, ironica ma non troppo, utile a individuare le due polarità all’interno delle quali si colloca la sua opera. Il polistirene estruso e la lama hanno provvidenzialmente sostituito i marmi e gli scalpelli, ma l’effetto inseguito è il medesimo, e cioè creare le condizioni ideali per permettere alla luce, vera protagonista, di possedere ogni solco, di insinuarsi in ogni asperità della superficie e lasciare così che l’opera vibri, muti continuamente, assorba e restituisca vita. La scelta minimalista della monocromia è il risultato di un lungo processo di digressione, cui l’artista è approdato dopo essersi confrontato negli anni con numerosi altri linguaggi, procedendo a ritroso fino a raggiungere un’essenzialità assoluta, dove ad emergere è solo la pura sensibilità suggerita da accordi, ritmi e intrecci tra le linee. Scongiurando qualsiasi
interferenza, distrazione o inquinamento percettivo, colore compreso, Tito Pio raggiunge così un sistema di comunicazione che attraverso una consapevole piacevolezza estetica è in grado di agire su più livelli cognitivi. L’attenzione verso le variazioni luminose, il rigore formale, i rapporti geometrici tra le parti, oltre ad una certa “spiritualità” della prassi artistica, possono essere ricondotti agli insegnamenti che traeva da ragazzo frequentando a Todi lo studio di Piero Dorazio. E’ proprio il lavoro dell’ artista romano ma umbro di adozione ad averlo influenzato, più degli artisti che a un primo sguardo sembrano avere con lui maggiori affinità, come Lucio Fontana o Enrico Castellani. Le tessiture cromatiche di Dorazio, la sua energia controllata ove nulla è lasciato al caso, le superfici fortemente ritmate hanno costituito un’eredità preziosa per Tito Pio, che una volta interiorizzati gli insegnamenti del Maestro ha però saputo trovare la strada più adatta al suo temperamento avido di sperimentazioni e innamorato della materia, lasciando che fossero i soli giochi sinuosi di luci ed ombre a ricreare i medesimi effetti luministici e cangianti che il grande pittore otteneva con una delle tavolozze più ricche e brillanti di tutto il ‘900. Al pari di Dorazio, inoltre, anche Tito Pio, campano di origine, ha trovato nello scorrere tranquillo della vita in Umbria il terreno ideale per lo sviluppo della propria delicata poetica fatta di silenzi e di cenni, di calma immota e di parole suggerite ma non dette, come testimonia l’assenza di titoli nelle sue opere. In definitiva Tito Pio Augusto, attraverso i suoi lavori, ribadisce le possibilità d’espressione illimitate della ricerca costante sull’armonia, sulla materia e sul segno. Riflettere su questi elementi cardine significa per l’artista modificare costantemente il proprio rapporto col mondo e la natura delle cose, cercando di carpire quegli elementi immutabili e necessari che possono entrare immediatamente in connessione con l’osservatore, suggerendo sensazioni e pensieri sempre mutevoli, come le sue superfici incise.

David Menghini