donzelliIMAGO GALLERIA D’ARTE è lieta di invitarla sabato 31 alle 17.30 a INCONTRI D’ARTE 3 presso l’Atelier Lithos Habitat Studio a Campello sul Clitunno.
Verranno presentate opere del grande artista napoletano Bruno Donzelli provenienti dalla nostra e da altre collezioni e degusteremo insieme prodotti gastronomici della CasAntonini e vini della Cantina Caprai e della Cantina Terre de’ Trinci.

La piacevolissima notizia dell’ultima ora è che l’evento si svolgerà alla presenza del Maestro, che ha accettato con entusiasmo il nostro invito.

Vi aspettiamo!

BRUNO DONZELLI, LA CITAZIONE

di David Menghini
È necessario essere piuttosto sicuri di sé, oppure un po’ pazzi, per fare quello che fa Bruno Donzelli, e l’artista napoletano è entrambe le cose. È una sfida affascinante e pericolosa, quella che ha intrapreso, divertendosi a cantare non le sue gesta pittoriche ma quelle altrui, attraverso il gioco intellettuale della citazione e della rivisitazione. Il rischio di apparire derivativi o peggio degli imitatori sembrerebbe essere dietro l’angolo. Invece Donzelli è come un alchimista che miscela gli elementi e combina i fattori fino a ottenere qualcosa di magico che prima non c’era, la sua pietra filosofale che non trasforma i sassi in oro, ma la seriosa arte museale in qualcosa di più accessibile e democratico, sempre in grado di strapparci un sorriso. E cosa c’è di più prezioso di un sorriso, di questi tempi? L’artista si guarda indietro, irrompe irriverente tra le Avanguardie, prende le icone più rappresentative dell’arte del secolo scorso e le graffia e le accarezza, le smonta e le rimonta, con una scoppiettante vis ironica che non conosce soluzioni di continuità. La citazione, che può essere un Sacco di Burri come una periferia di Sironi o un taglio di Lucio Fontana, benché posta al centro della tela, è come isolata e schiacciata dalla festa rumorosissima e profondamente mediterranea che gli si svolge tutto intorno, fatta di fuochi d’artificio, frizzi, lazzi, festoni e cibarie. Al di là delle apparenze, il protagonista dell’opera è sempre Donzelli stesso, che non solo si misura senza nessun timore con i più importanti capolavori del ‘900, ma finisce addirittura per farsene burla. C’è materiale sufficiente per un’accusa di lesa maestà in piena regola. Invece l’artista ha grande rispetto per le opere immortali che riporta sulla tela, semmai ne ha molto meno per tutte le granitiche costruzioni mentali che stanno loro intorno, per quell’aura sacrale che troppo spesso serve solo ad allontanare le persone comuni dalla semplice e sana fruizione di un quadro. La sua è un’ arte ammiccante e popolare, un’arte che ride di se stessa, secondo la sua azzeccatissima definizione. Donzelli ha il dono di riuscire a guardare il mondo con gli occhi di un bambino, è privo di quelle sovrastrutture che regolano i rapporti sociali e culturali di noi adulti. Non sopporta di dover ammirare le opere che ama a distanza, al di qua di una transenna, quindi le ruba, le salva dalla muffa del museo e ce le ripropone con un coloratissimo vestito nuovo. E non si pensi per questo a un’esperienza solitaria, bizzarra e naif, slegata e lontana dal dibattito culturale contemporaneo. Donzelli non si limita certo a ribaltare i significati solo per il gusto di fare chiasso; è un figlio del suo tempo e come tale il suo lavoro reca forte l’impronta del contesto culturale in cui si trova ad operare.
Pop è stata definita la sua pittura e questo è senz’altro vero, specialmente per la sagace critica sociale e di costume che caratterizza il suo lavoro. L’artista si è accorto per tempo che gli stilemi formali, le icone riconducibili al primo colpo d’occhio a questo o quell’artista, sono stati fagocitati dalla società dello spettacolo che col tempo li ha trasformati in stereotipi, in cliché svuotati di ogni senso, buoni solo per una riproduzione di massa, al pari di un qualsiasi altro prodotto industriale. Ha capito meglio di tutti il rischio insito in questa banalizzazione dell’atto creativo e con grande astuzia se ne è liberato. Un vero e proprio scacco matto al sistema dell’arte: attraverso la ripetizione di modi e stili di altri, ha sviluppato un linguaggio personale e riconoscibilissimo, senza però fornirci elementi formali su cui appiattire e volgarizzare a loro volta tutte le mille sfumature della sua arte. Operazione teoretica geniale, non c’è dubbio, che Donzelli trasferisce sulla tela grazie a una mano capace e un innato senso della composizione.
Durante gli anni ’80, il decennio in cui l’artista ha perfezionato la sua poetica, si è assistito a un prepotente e sentito ritorno alla pittura, al gusto del fare artistico dopo le lunghe stagioni di ricerche concettuali e minimaliste, quando il valore estetico di un’opera appariva quasi come un elemento di cui vergognarsi. Assieme ad altri autori come Ugo Nespolo o Luca Alinari, Donzelli è stato così uno dei principali interpreti di un nuovo e fortunato linguaggio espressivo, che ha rivitalizzato la Pop Art contaminandola con le esplosioni cromatiche e le forme brulicanti e decorative tipiche di quel coloratissimo decennio.
In definitiva Donzelli procede come un attore della Commedia dell’Arte che improvvisa su un canovaccio preesistente, stravolgendolo. Porta in scena il potere e lo mette alla berlina, per consentire a noi spettatori di riderne carpendo le sue mille contraddizioni interne, in un salvifico esercizio mentale per avvicinarsi senza paura e senza timore reverenziale a ciò che apparentemente, ma solo apparentemente, sembra più grande di noi.